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Qual è l’efficacia probatoria dei messaggi di posta elettronica “tradizionali”?

Il caso. La Corte di appello di Roma, in riforma della sentenza di primo grado, ha dichiarato l’illegittimità del licenziamento per giusta causa di un dirigente ritenendo, in particolare, che la prospettazione di parte datoriale fosse fondata su messaggi di posta elettronica «dalla dubbia valenza probatoria» non trattandosi di corrispondenza elettronica certificata o sottoscritta con firma digitale.

Il datore di lavoro ha quindi presentato ricorso per cassazione.

 

Efficacia probatoria della posta elettronica tradizionale. La Suprema Corte ricorda che il messaggio di posta elettronica “tradizionale” è riconducibile alla categoria dei documenti informatici ex  art. 1, comma 1, lett. p, CAD. Quanto all’efficacia probatoria, l’art. 21, comma 2, CAD, attribuisce solo al documento sottoscritto con firma elettronica avanzata, qualificata o digitale l’efficacia prevista per la scrittura privata ex art. 2702 c.c.. Diversamente, ai sensi del precedente art. 20, d.lgs. n. 82/2005, è liberamente valutabile dal Giudice l’idoneità di ogni diverso documento informatico (come l’e-mail tradizionale) a soddisfare il requisito della forma scritta, in relazione alle sue caratteristiche oggettive di qualità, sicurezza, integrità ed immodificabilità.

Nel caso di specie, la sentenza della Corte territoriale esclude che i messaggi siano riferibili al suo autore apparente e poiché si tratta di e-mail prive di firma elettronica tale statuizione non è censurabile in relazione all’art. 2702 c.c. non avendo i documenti natura di scrittura privata.

La Cassazione ritiene, pertanto, la censura relativa all’efficacia probatoria delle mail aziendali infondata.

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