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Appello (PCT)

Sommario

Inquadramento | Struttura degli atti depositati telematicamente | Notifica dell’atto di instaurazione del giudizio di appello | Costituzione in giudizio delle parti | Fase cautelare del giudizio di appello | Fase decisoria del giudizio di appello |

Inquadramento

Anche nei procedimenti civili (contenziosi o di volontaria giurisdizione) di appello, siano essi instaurati dinanzi al tribunale od alla corte d’appello, ha luogo esclusivamente con modalità telematiche (nel rispetto della normativa – anche regolamentare – concernente la firma, trasmissione e ricezione dei documenti informatici) il deposito di atti e documenti:

  • a cura dei difensori (diversi dai dipendenti di cui le pubbliche amministrazioni si avvalgono per stare in giudizio personalmente) delle parti precedentemente costituite, pure quando esso riguardi atti o documenti provenienti dai soggetti nominati dalle parti;
  • da parte dei soggetti nominati o delegati dall’autorità giudiziaria.

 

In evidenza

L’obbligatorietà del deposito telematico, così come sopra illustrata, vige (cfr. art. 16-bis, commi 1, 1-bis e 9-ter, d.l. n. 179/2012 e ss.mm.ii., nonché art. 44 d.l. n. 90/2014):

(i) dinanzi ai tribunali

  • a decorrere dal 30 giugno 2014, per tutti i procedimenti iniziati da tale data;
  • a decorrere dal 31 dicembre 2014, anche per i procedimenti già pendenti alla data del 30 giugno 2014;

(ii) dinanzi alle corti d’appello, a decorrere dal 30 giugno 2015, per tutti i procedimenti (indipendentemente dalla data di loro instaurazione)

 

Il deposito telematico è invece meramente facoltativo (ferma restando la necessità – qualora si opti per il medesimo - di osservare la disciplina anche regolamentare dettata in tema di firma/invio/ricezione dei documenti informatici) quando esso:

(i) sia effettuato dai dipendenti di cui si avvalgono le pp.aa. per stare in giudizio personalmente

oppure

(ii) abbia ad oggetto gli atti delle parti non ancora costituite (cd. introduttivi) e i documenti con essi offerti in comunicazione.

Nell’ipotesi di coesistenza di un deposito telematico e di uno tradizionale, il solo da prendere in considerazione è quello telematico (anche se temporalmente successivo), l’altro intendendosi sempre tamquam non esset.

Struttura degli atti depositati telematicamente

Come noto, la legge (art. 16-bis, comma 9-octies, d.l. n. 179/2012 e ss.mm.ii.) stabilisce che «Gli atti di parte [...] depositati con modalità telematiche sono redatti in maniera sintetica».

Al momento, tale norma rappresenta una enunciazione di principio non contemplante alcuna sanzione per la sua violazione, sicché appare oggi difficile immaginare – per chi non si attenga al canone della sinteticità – conseguenze diverse da una minore valorizzazione dei compensi di avvocato in sede di liquidazione delle spese processuali a carico del soccombente.

Nell’àmbito del giudizio di appello, il canone in esame va coordinato col principio di specificità dei motivi sancito dal primo alinea dell’art. 342 c.p.c., il cui mancato rispetto determina l’inammissibilità dell’appello; v’è infatti da tener presente che l’onere dell’appellante di indicare

a) le parti del provvedimento impugnate;

b) le modifiche richieste alla ricostruzione del fatto compiuta dal giudice di prime cure;

c) le circostanze da cui deriva la violazione di legge e

d) la loro rilevanza ai fini della decisione oggetto di gravame 

potrebbe rivelarsi insuscettibile di essere adeguatamente assolto salvaguardandosi nel contempo l’esigenza della sinteticità.

Stante l’asimmetria (almeno sul piano dei corollari della violazione) dei precetti normativi potenzialmente in contrasto, va privilegiata – ad avviso di chi scrive – l’osservanza di quello di specificità dei motivi di appello, in quanto presidiato da una sanzione (= inammissibilità dell’impugnazione) ben più grave di quella in ipotesi ravvisabile nel minor ammontare delle spese di lite liquidate dal giudice.

Per uscire dall’impasse in una simile fattispecie, la via migliore da percorrere sembra quella di non avvalersi della modalità telematica (facoltativa, trattandosi di cd. atti introduttivi) nel deposito della citazione/ricorso in appello, o della comparsa con impugnazione incidentale, e di redigere in modo sintetico i soli atti a deposito telematico obbligatorio (che nel giudizio di II grado sono essenzialmente, di solito, gli scritti difensivi finali: comparse conclusionali e memorie di replica).

Notifica dell’atto di instaurazione del giudizio di appello

Con riguardo alla notificazione dell’atto (citazione ovvero ricorso + decreto di fissazione d’udienza), le tematiche di maggior rilievo sul piano della possibile interferenza con la normativa disciplinante il processo civile telematico appaiono due:

1) quella relativa al luogo di notifica dell’impugnazione;

2) quella del numero degli esemplari dell’atto da consegnare al procuratore costituito in I grado per più parti appellate.

Circa la prima questione:

  • l’art. 82 R.D. n. 37/1934 onera gli avvocati esercenti il patrocinio al di fuori del circondario del tribunale di riferimento dell’ordine di appartenenza di eleggere il domicilio nel luogo dove ha sede l’autorità giudiziaria adìta, prevedendo che – in mancanza – il domicilio si intenda eletto presso la cancelleria;
  • ai sensi dell’art. 16-sexies d.l. n. 179/2012, peraltro, alle notifiche al difensore presso la cancelleria si può procedere – anche in grado di appello – solo quando, per fatto imputabile al destinatario, sia impossibile la notificazione all’indirizzo PEC del medesimo risultante dall’INI-PEC (indice degli indirizzi di posta elettronica certificata dei professionisti e imprese) o dal Re.G.Ind.E. (registro generale degli indirizzi di posta elettronica certificata gestito dal Ministero della Giustizia);
  • ne discende che, laddove il difensore della parte appellata s’intenda ex art. 82 R.D. n. 37/1934 aver eletto domicilio in I grado presso la cancelleria del relativo giudice, l’atto di appello potrà essergli/le notificato in cancelleria solo se la sua casella PEC risultante dai summenzionati pubblici elenchi fosse satura, disattivata o comunque inutilizzabile per fatto imputabile al destinatario, in ogni diversa ipotesi essendo necessario notificare l’atto introduttivo del gravame con modalità telematica all’indirizzo di posta elettronica certificata dell’avvocato in parola.

Quanto alla seconda problematica:

  • la giurisprudenza, inizialmente attestata su posizioni di rigido formalismo (tanto da dichiarare l’inesistenza della notifica non eseguita mediante consegna di un numero di copie pari a quello delle parti rappresentate dall’unico procuratore costituito in I grado), si è gradualmente “ammorbidita”, dapprima limitandosi a ravvisare la nullità della notificazione, poi la semplice irregolarità della stessa e – da ultimo (Cass., sez. III civ., 23 giugno 2015, n. 12912) – riscontrandone la piena validità, sul presupposto che l’avvocato è (non mero consegnatario bensì l’autentico) destinatario istituzionale della notifica, in linea del resto con la modifica apportata attraverso l’inserimento nell’art. 330 comma 1 c.p.c. del richiamo all’art. 170 c.p.c., il cui capoverso riconosce la sufficienza della consegna di una sola copia anche se il procuratore è costituito per più parti;
  • a questa stregua, anche la notificazione telematica dell’atto introduttivo dell’impugnativa ben potrà avvenire mediante trasmissione di un solo messaggio PEC al difensore in I grado di più appellati.

 

Costituzione in giudizio delle parti

Numerose sono le questioni che si pongono nel momento in cui l’appellante decida – come consentito dalla legge – di iscrivere a ruolo la causa telematicamente e non con modalità tradizionali.

Nel dettaglio:

(i) quid iuris quando il fascicolo di parte del I grado di giudizio abbia – in tutto od in parte – forma analogica (= cartacea)? Atteso che il richiamo dell’art. 347 c.p.c. alle norme valevoli per il procedimento di primo grado (nei limiti della compatibilità con quello di appello), secondo l’opinione consolidata, impone all’appellante di depositare in sede di costituzione (anche) il proprio fascicolo di prime cure, occorre chiedersi se la presentazione telematica – previa digitalizzazione - di tale fascicolo:

  • sia ritualmente praticabile;

e, in caso di risposta affermativa,

  • sia doverosa nel caso di costituzione telematica.

Sull’ammissibilità del deposito telematico non paiono esservi dubbi di sorta: il fascicolo di parte di I grado rientra, a parere di chi scrive, nel novero dei “documenti”dei quali i commi 1, 1-bis e 9-ter dell’art. 16-bis d.l. n. 179/2012 legittimano la modalità di deposito in questione; andrà solo rammentata l’esigenza di certificare la conformità all’originale (o copia conforme) analogico della copia informatica (per immagine) degli atti di parte e dei provvedimenti del giudice contenuti nel fascicolo di parte, secondo la previsione di cui all’art. 16-decies d.l. n. 179/2012 e nei modi contemplati dai commi 2 e 3 dell’art. 16-undecies dello stesso d.l. (analoga attestazione non è invece richiesta per i documenti in senso stretto, per i quali oltretutto l’avvocato non ha potere di autentica).

Assai più incerta è la risposta all’ulteriore quesito, anche se – una volta esercitata la facoltà di iscrizione telematica della causa a ruolo – il deposito dovrebbe perfezionarsi “esclusivamente con tali modalità” (cfr. comma 1-bis, ultimo periodo, dell’art. 16-bis d.l. n. 179/2012); di conseguenza, ad avviso dell’autore (ma l’opinione è tutt’altro che pacifica):

  1. nel caso di costituzione telematica in giudizio dell’appellante (ma pure dell’appellato), il deposito telematico del fascicolo di parte di I grado s’appalesa necessario;
  2. la presentazione dell’esemplare cartaceo di detto fascicolo in cancelleria non è idonea a supplire all’omesso deposito telematico e, laddove detto deposito telematico sia avvenuto, esso vale unicamente a permettere la verifica di conformità e completezza dei documenti (in senso stretto) prodotti in prime cure rispetto alle copie informatiche dei medesimi.

Va comunque dato atto dell’esistenza di alcuni protocolli/linee-guida/vademecum (ad esempio quello in essere presso la Corte d’Appello di Torino), che reputano rituale – anche in caso di costituzione telematica – il deposito del solo esemplare cartaceo del fascicolo di parte di I grado (purché esso abbia luogo entro un determinato termine dalla costituzione e sia preceduto al momento di quest’ultima dal deposito telematico dell’indice digitale degli atti/documenti del fascicolo).

(ii) quale “atto principale” deve essere inserito nella busta informatica creata dal relativo software, quando l’atto introduttivo dell’appello sia stato notificato a mezzo ufficiale giudiziario (o in proprio ma con modalità cartacea) ? Si ritiene che all’uopo debba essere trasformato in pdf “nativo” (= senza scansione) e firmato digitalmente il file di testo contenente l’atto introduttivo, avendosi cura:

  • di compiere analoga operazione con la procura ad litem qualora il cd. redattore richieda di inserire nella busta (anche) tale tipologia di allegato;
  • di estrarre dall’originale notificato dell’atto introduttivo una copia informatica per immagine attestata conforme all’originale analogico, da inserirsi nella busta come “allegato semplice”.

Se invece l’atto introduttivo è stato notificato via PEC e si intende iscrivere la causa telematicamente, si userà quale “atto principale” il duplicato informatico del medesimo (rigorosamente privo di attestazione di conformità) avendosi l’accortezza di inserire tra gli allegati i duplicati informatici (parimenti senza attestazione di conformità) di messaggio PEC, ricevuta di accettazione, ricevuta di avvenuta consegna, relazione di notifica ed eventuali ulteriori atti/provvedimenti notificati;

(iii) quid iuris nella non infrequente ipotesi in cui la busta ecceda i limiti dimensionali (30 megabyte) prescritti? Onde evitare il rischio di improcedibilità dell’appello per tardiva costituzione, si suggerisce di dar corso al primo degli invii plurimi legittimati dal comma 7 dell’art. 16-bis d.l. n. 179/2012 in tempo utile affinché la cancelleria restituisca la comunicazione PEC di accettazione del deposito (contenente al suo interno il file xml con il numero di ruolo attribuito) con anticipo sufficiente a consentire i successivi depositi prima della scadenza del termine di legge.

 

 

Fase cautelare del giudizio di appello

Come noto, la richiesta di sospensione della provvisoria esecutività della sentenza di I grado deve essere formulata all’interno dell’atto recante l’impugnazione principale o quella incidentale (art. 283 c.p.c.).

Il codice di procedura civile contempla la possibilità che la decisione del giudice di appello sulla cd. istanza di inibitoria sia resa anteriormente alla prima udienza di trattazione del merito del gravame, stabilendo che a tal fine venga presentato un ricorso ad hoc (v. art. 351, commi 2 e 3, c.p.c.).

Poiché il deposito di detto ricorso è successivo - sebbene, nella prassi, normalmente contestuale - all’iscrizione della causa a ruolo, introducendo un sub-procedimento incidentale (tanto da assumere lo stesso numero di r.g. con un “-1”), esso va presentato con modalità obbligatoriamente telematica, in quanto rientrante nella categoria degli atti cd. endoprocessuali (rectius, dei difensori di parti già costituite).

 

Fase decisoria del giudizio di appello

Con riferimento agli aspetti informatici, la fase di trattazione e quella (eventuale) istruttoria del procedimento di appello non evidenziano peculiarità rispetto al giudizio di I grado, così come la presentazione – necessariamente telematica - degli scritti difensivi finali (comparse conclusionali e memorie di replica, oltre alla nota spese).

Merita invece un breve cenno la consuetudine – invalsa in alcuni fori – di depositare telematicamente il foglio di precisazione delle conclusioni prima della relativa udienza (appunto di p.c.).

Non sembra che una siffatta prassi abbia un supporto normativo, in quanto l’attività processuale in parola è adempimento insuscettibile di essere concretato al di fuori dell’udienza; salvo definire il foglio di p.c. depositato anteriormente quale memoria (peraltro non autorizzata) alla quale il difensore faccia espresso richiamo a verbale per precisare le proprie conclusioni definitive.

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