Bussola

Giudizio dinanzi alla Corte Di Cassazione

Sommario

Inquadramento | Le ragioni di una differenza | Le coordinate normative | Le comunicazioni e notificazioni telematiche a cura della cancelleria | Le notifiche telematiche a cura degli avvocati | Il deposito telematico dei provvedimenti del giudice | Scenari evolutivi | Schema: comunicazioni e notifiche telematiche nei giudizi di Cassazione |

Inquadramento

La fonti normative che disciplinano l’adozione nel processo civile delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, in attuazione dei principi previsti dal d.lgs. 7 marzo 2005, n. 82, (in particolare: art. 4 d.l. 29 dicembre 2009, n. 193, conv. dalla l. 22 febbraio 2010, n. 24; regolamento di cui al d.m. 21 febbraio 2011 n. 44, e specifiche tecniche di cui decreto dirigenziale del 16 aprile 2014, pubbl. in G.U. 30 aprile 2014, n. 99, nel testo da ultimo modificato con provvedimento del 28 dicembre 2015, pubbl. in G.U. 7 gennaio 2016) non pongono alcuna distinzione per la Corte di cassazione. Tuttavia, rispetto a questo impianto fondamentale comune, nel momento in cui è stata impressa una decisa accelerazione alla diffusione del processo civile telematico (PCT) con il d.l. 18 ottobre 2012, n. 179, conv. dalla l. 17 dicembre 2012, n. 221, e successive modificazioni, in tema - fra l’altro - di obbligatorietà del deposito telematico degli atti processuali (art. 16-bis) e di articolata precettività delle comunicazioni e notificazioni telematiche (art. 16), si è preferito differenziare l’approccio al giudizio di legittimità, rimettendo a successivi decreti l’attuazione delle disposizioni che - sia pure con una ben definita modulazione temporale - hanno imposto l’avvento del digitale innanzi ai Tribunali ed alle Corti di appello. 

È, dunque, opportuno soffermarsi sulle ragioni che hanno consigliato di distinguere il processo innanzi alla Corte di cassazione per poi delineare lo stato attuale e le possibili linee di sviluppo applicativo in coerenza con le peculiarità proprie dell’Ufficio e del rito.

Le ragioni di una differenza

I motivi che, nell’ottica di una gradualità nell’attuazione del PCT, hanno indotto il legislatore a differenziare la posizione della Corte di legittimità rispetto al giudizio di merito possono individuarsi nella singolarità tutta propria dell’istituzione in questione sul piano ordinamentale e, di riflesso, su quello organizzativo.

Alla Corte Suprema di cassazione, posta al vertice della giurisdizione ordinaria, è affidato il compito di assicurare «l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge, l’unità del diritto oggettivo nazionale, il rispetto dei limiti delle diverse giurisdizioni» (art. 65 R.D. 30 gennaio 1941, n. 12). La nomofilachia, che si esprime nell’elaborazione del “diritto vivente” (secondo la teorizzazione sviluppata dalla Corte costituzionale), salvaguarda la certezza del diritto e contribuisce all’affermazione del principio di uguaglianza (art. 3, comma 1, Cost.), promuovendo, sia pure indirettamente, la ragionevole durata del processo (art. 111, comma 2, Cost.).

Al ruolo - che può ben definirsi “esclusivo” - assolto dalla Corte corrisponde un rito specifico, preordinato alla risoluzione della questione di diritto, rispetto alla quale la fattispecie concreta rappresenta, per così dire, l’occasione per l’enunciazione del principio astratto, suscettibile di essere applicato ed osservato in casi analoghi, cosi da promuovere, per l’appunto, “l’uniforme interpretazione della legge”.

La speciale posizione della Corte dà conto anche delle ragioni che, tradizionalmente, ne hanno favorito l’autonomia di gestione. Sotto questo aspetto, va sottolineato il ruolo propulsore affidato al Centro Elettronico di Documentazione (CED), quale organo autonomo alle dirette dipendenze della Prima Presidenza, con il compito di sviluppare e curare tutte le attività inerenti l’informatica giudiziaria e giuridica, ivi compresa la formazione per i magistrati ed il personale amministrativo. Per queste ragioni, con l’opportuno coordinamento degli uffici ministeriali, la Corte di cassazione ha potuto contare sulla progettazione e realizzazione di sistemi informatici e programmi dedicati, alquanto differenti da quelli sviluppati a livello nazionale per gli Uffici di merito.

Pertanto, la funzione particolare svolta dalla Corte, le caratteristiche del rito - orientato alla soluzione della questione di diritto prospettata negli atti introduttivi e nel quale è del tutto assente l’istruttoria - e lo sviluppo autonomo di sistemi informativi automatizzati hanno consigliato di non estendere tout court al giudizio di legittimità le previsioni sull’introduzione del PCT nei Tribunali e Corti di appello.

Le coordinate normative

La fonte normativa primaria rimane senz’altro l’art. 4 d.l. n. 193/2009, conv. dalla l. n. 24/2010, che ha delegato ad uno o più decreti del Ministro della giustizia l’individuazione delle regole tecniche per l’adozione nel processo civile delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, in attuazione dei principi previsti dal d.lgs. n. 82/2005.

La normativa delegata è stata emanata con il regolamento di cui al d.m. n. 44/2011, che, a sua volta, ha delegato (art. 34) ad un decreto di livello dirigenziale l’emanazione delle specifiche tecniche, attualmente dettate con decreto del 16 aprile 2014, modificato con provvedimento del 28 dicembre 2015.

Su questo impianto di fondo, di applicazione indifferenziata, si innesta l’ulteriore disciplina dettata dal d.l. n. 179/2012, conv. dalla l.  n. 221/2012, e successive modificazioni, ove è stata inserita la “riserva” per il giudizio di legittimità.

Infatti, l’art. 16-bis d.l. n. 179/2012, in tema di obbligatorietà del deposito telematico degli atti processuali da parte dei difensori delle parti precedentemente costituite nei procedimenti innanzi ai Tribunale ed alle Corti di appello (secondo la modularità temporale ivi prevista: si rinvia per approfondimenti alla specifica “bussola” Obbligatorietà del deposito telematico), differisce l’entrata in vigore delle predette disposizioni per gli altri Uffici (fra i quali va annoverata la Corte di cassazione) al quindicesimo giorno successivo alla pubblicazione in  G.U. dei decreti, aventi natura non regolamentare e da adottare sentiti l'Avvocatura generale dello Stato, il Consiglio nazionale forense ed i consigli dell'ordine degli avvocati interessati, con i quali il Ministro della giustizia abbia, previa verifica, accertata la funzionalità dei servizi di comunicazione (art. 16-bis, comma 6, d.l. n. 179/2012).

Ne consegue che, stante il tenore letterale del comma 1-bis del predetto articolo (che limita espressamente l’ambito di applicazione della generale facoltatività del deposito telematico ai Tribunali ed alle Corti di appello), il deposito telematico degli atti e documenti nel giudizio di cassazione non solo non è obbligatorio ma, ad oggi, non è neppure consentito, mancando l’apposita autorizzazione di cui all’art. 35 d.m. n. 44/2011 (secondo cui «L'attivazione della trasmissione dei documenti informatici da parte dei soggetti abilitati esterni è preceduta da un decreto dirigenziale che accerta l'installazione e l'idoneità delle attrezzature informatiche, unitamente alla funzionalità dei servizi di comunicazione dei documenti informatici nel singolo ufficio»); in questa prospettiva, l’art. 35 d.m. n. 44/2011 conserva pienamente la sua funzionalità, nonostante l’opinione contraria, che reputa implicitamente abrogata la predetta disposizione a seguito delle previsioni introdotte dal citato d.l. n. 179/2012.

Anche per le comunicazioni e notificazioni telematiche a cura della cancelleria l’art. 16 d.l. n. 179/2012 (commi 9 e 10) differisce per gli Uffici giudiziari diversi dai Tribunali e dalle Corti di appello l’entrata in vigore delle disposizioni di cui ai commi da 4 a 8 del medesimo articolo al quindicesimo giorno successivo alla pubblicazione in G.U. del decreto ministeriale, avente natura non regolamentare, da adottare sentiti l'Avvocatura generale dello Stato, il Consiglio nazionale forense e i consigli dell'ordine degli avvocati interessati, previa verifica della funzionalità dei servizi di comunicazione. Ed è importante sottolineare che in questo caso non è tanto in predicato l’obbligatorietà della modalità telematica, comunque prescritta in prima istanza, bensì le conseguenze dell’impossibilità del ricorso alla posta elettronica certificata (PEC), vuoi perché il destinatario - benché a ciò obbligato - non abbia provveduto ad istituire o comunicare l’indirizzo PEC, vuoi, più in generale, perché il messaggio di PEC non possa essere consegnato per cause imputabili al destinatario (casella inidonea o piena, etc.). Infatti, già a norma dell’art. 136, comma 2 e 3, c.p.c., cui rinvia l’art. 366, u.c., c.p.c., nel testo risultante dalla modifica disposta dall’art. 25, comma 1, lett. i, n. 2), l. 12 novembre 2011, n. 183 (con decorrenza dal 1° febbraio 2012), la cancelleria è tenuta a trasmettere il biglietto a mezzo PEC «nel rispetto della normativa, anche regolamentare, concernente la sottoscrizione, la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici» (art. 136, comma 2, c.p.c.) e, solo se ciò non è possibile, a provvedere con i mezzi tradizionali (telefax o ufficiale giudiziario) «salvo che la legge disponga diversamente» (art. 136, comma 3, c.p.c.).  La clausola di salvezza fa riserva - per l’appunto - dell’applicazione delle disposizioni di cui ai citati commi 4-8 dell’art. 16 d.l. n. 179/2012, secondo cui, ove l’impossibilità sia imputabile al destinatario, le comunicazioni e le notificazioni «sono eseguite esclusivamente mediante deposito in cancelleria». In conclusione: mentre nei procedimenti dinanzi ai Tribunali ed alle Corti di appello (sia pure con regimi intertemporali differenti: si rinvia per approfondimenti alla specifica “bussola” Comunicazioni di cancelleria telematiche) l’art. 136 c.p.c., in combinato disposto con l’art. 16, commi 4-8, d.l. n. 179/2012, contempla la “sanzione” del deposito in cancelleria per l’impossibilità “imputabile” della comunicazione a mezzo PEC, nel giudizio in cassazione tale risultato è stato raggiunto solo da ultimo, in virtù dell’emanazione dell’apposito decreto ministeriale di attuazione.

Le comunicazioni e notificazioni telematiche a cura della cancelleria

Con d.m. 19 gennaio 2016, pubblicato nella G.U. del 21 gennaio 2016, è stata disposta l’attivazione delle notificazioni e comunicazioni telematiche da parte delle cancellerie delle sole sezioni civili della Corte di cassazione, ai sensi dell'art. 16, comma 10, d.l. n. 179/2012.

Pertanto, a decorrere dal 15 febbraio 2016 - data espressamente prevista nel decreto - le comunicazioni e notificazioni, limitatamente al settore civile, saranno eseguite mediante deposito in cancelleria nelle ipotesi di impossibilità della modalità telematica o comunque di mancata consegna addebitabili al destinatario.

Il risultato, in termini di immediatezza ed efficienza per l’Ufficio, oltre che di risparmio economico, sarà apprezzabile in breve tempo - così come è già stato per i Tribunali e le Corti di appello - sol che si consideri, ad esempio, la semplificazione che potrà derivarne rispetto agli adempimenti prescritti dall’art. 380-bis c.p.c., nell’ambito del procedimento per la decisione sull'inammissibilità del ricorso e per la decisione in camera di consiglio, introdotto dalla riforma del 2009 (l. 18 giugno 2009, n. 69) con chiara finalità deflattiva attraverso l’istituzione di una nuova sezione (la Sesta Sezione civile) deputata a svolgere la funzione di filtro dei ricorsi (art. 376, comma 1, c.p.c. come modificato dall’art. 47, comma 1, lett.  b), l. n. 69/2009).

Per il proficuo funzionamento del nuovo regime sarà indispensabile un cambio di mentalità da parte del personale amministrativo e dei magistrati. Per effettuare e per verificare le comunicazioni e notificazioni:

  • occorrerà procedere all’individuazione dei soggetti che hanno l’obbligo di munirsi di un indirizzo di PEC e poi selezionare l’indirizzo PEC valido ai fini delle comunicazioni, siccome risultante da pubblici elenchi (ai sensi dell’art. 16-ter d.l. n. 179/2012) o comunque accessibile alle PP.AA.;
  • sarà quindi necessario procedere alla verifica della data e ora di ricezione della comunicazione, ai sensi dell’art. 16, comma 3, d.m. n. 44/2011, mediante esame della ricevuta di avvenuta consegna (RdAC), che dovrà essere conservata nel fascicolo informatico;
  • per converso, nell’ipotesi di mancata consegna (il cui avviso “negativo” è comunque conservato nel fascicolo informatico, ai sensi dell’art. 16, comma 5, d.m. n. 44/2011 e pubblicato nel portale dei servizi telematici, ai sensi dell’art. 16, comma 4, d.m. n. 44/2011), dovrà procedersi alla valutazione delle cause dell’esito negativo della comunicazione, onde ravvisarne l’eventuale imputabilità al destinatario (ad esempio, casella sconosciuta, casella scaduta o non attivata, casella piena), quale presupposto per l’esecuzione mediante deposito in cancelleria (ormai automaticamente eseguita dal sistema), ovvero, qualora debba escludersi qualsivoglia addebitabilità al destinatario (ad esempio per malfunzionamenti del sistema ovvero per errata individuazione dell’indirizzo di PEC; si rinvia, sul punto, alle indicazioni esemplificative contenute nella circolare della Direzione Generale per i Sistemi Informativi Automatizzati - DGSIA - del 1 febbraio 2013), per curare la rinnovazione della notifica con i mezzi tradizionali.

In definitiva, si porranno le medesime questioni che, di volta in volta, gli Uffici di merito si sono già trovati ad affrontare e che, in alcune circostanze, sono giunte fino al vaglio della Corte di legittimità (v. ad esempio Cass.,  sez. lav., 2 luglio 2014, n. 15070, che ha ravvisato un’ipotesi di negligenza del professionista nella gestione della casella di PEC per la mancata apertura della posta elettronica da parte del difensore, sì da dichiarare l’improcedibilità dell’appello per la mancata notifica alla controparte nei termini di rito nonostante la regolare comunicazione a mezzo PEC del decreto di fissazione dell'udienza di discussione).

Inoltre, è bene sottolineare che occorrerà porre particolare attenzione nel verificare la regolarità delle comunicazioni e notificazioni secondo il regime di volta in volta vigente al momento del compimento dell’atto, considerate le differenti versioni dell’art. 366, u.c., c.p.c. Infatti, il testo in vigore prima della sostituzione effettuata con la citata legge n. 183/2011 (applicabile fino al 31 gennaio 2012) disponeva: «Le comunicazioni della cancelleria e le notificazioni tra i difensori di cui agli artt. 372 e 390 possono essere fatte al numero di fax o all'indirizzo di posta elettronica indicato in ricorso dal difensore che così dichiara di volerle ricevere, nel rispetto della normativa, anche regolamentare, vigente. Si applicano le disposizioni richiamate dal secondo comma dell'art. 176», in tal modo ponendo sullo stesso piano le comunicazioni a mezzo fax rispetto a quelle telematiche, secondo le indicazioni a tal fine contenute nel ricorso. Dal 1° febbraio 2012, come già sopra illustrato, la cancelleria è tenuta ad effettuare le comunicazioni a mezzo PEC e, solo nel caso di esito negativo, procederà con i sistemi tradizionali. Infine, a decorrere dal 15 febbraio 2016, nell’ipotesi di mancata consegna o di impossibilità della comunicazione telematica imputabili al destinatario, l’adempimento si perfeziona con il deposito in cancelleria.

Infine, a fronte della precettività stabilita dall’art. 16 d.l. n. 179/2012, ormai applicabile anche al giudizio per cassazione, occorrerà considerare attentamente le interazioni fra la predetta disposizione e la norma speciale, in tema di domiciliazione ai fini delle notificazioni, prevista dall’art. 366, comma 2, c.p.c., che pone su un piano di alternatività l’elezione di  domicilio a Roma ovvero l’indicazione dell’indirizzo di PEC. Addirittura, secondo l’interpretazione adottata in recentissima pronuncia (Cass., sez. VI, 16 luglio 2015, n. 14969), l’elezione di domicilio in Roma, ancorché presso la cancelleria della Corte, prevarrebbe sull’indicazione dell’indirizzo di PEC, «poiché la notificazione a questo indirizzo presuppone che non vi sia contestuale volontaria elezione di domicilio in Roma».  In questo senso la norma parrebbe porsi in ideale contrasto con l’obbligo per la cancelleria di provvedere all’adempimento in questione utilizzando l’indirizzo di PEC del professionista censito nel registro generale degli indirizzi elettronici (RegIndE), a norma dell’art. 16 d.m. n. 44/2011 e, solo nell’ipotesi di impossibilità non imputabile al destinatario, di fare ricorso alla notificazione secondo i sistemi tradizionali, valorizzando l’elezione di domicilio contenuta nell’atto. In questo senso, il sollecitato intervento delle Sezioni Unite (con ordinanza interlocutoria Cass. sez. VI, 12 ottobre 2015, n. 20478) potrà rappresentare un’importante opportunità per una riflessione in proposito, sia pure in riferimento alla situazione anteriore all’entrata in vigore del decreto ministeriale di cui all’art. 16, comma 10, d.l. n. 179/2012, anche se, attesa la rilevanza del tema, che attiene alla corretta instaurazione del contraddittorio, parrebbe comunque auspicabile un diretto chiarimento a livello normativo.

Le notifiche telematiche a cura degli avvocati

A differenza di quanto previsto dall’art. 16 d.l. n. 179/2012 in tema di comunicazioni e notificazioni a cura della cancelleria, nessuna limitazione per il giudizio di cassazione è stata prevista dall’art. 16-quater d.l. n. 179/2012 in ordine alla facoltà per gli avvocati di procedere alle notifiche telematiche. Deve, pertanto, ritenersi che sia la notifica del ricorso per cassazione sia la notifica del controricorso possa essere compiuta a norma dell’art. 3-bis l. 21 gennaio 1994, n. 53 a mezzo PEC all'indirizzo risultante da pubblici elenchi, nel rispetto della normativa, anche regolamentare, concernente la sottoscrizione, la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici.

Il deposito telematico dei provvedimenti del giudice

Benché non siamo immediatamente applicabili al giudizio in cassazione le disposizioni di cui all’art. 16-bis d.l. n. 179/2012, può invece reputarsi attuale l’ammissibilità per il giudice (e gli altri soggetti abilitati interni, di cui al d.m. n. 44/2011) del deposito telematico degli atti a propria firma, che non necessita di alcuna autorizzazione ai sensi dell’art. 35 d.m. n. 44/2011, come modificato dal d.m. 15 ottobre 2012 n. 209, che limita tale necessità agli atti dei soggetti abilitati esterni.

Infatti, ai sensi dell’art. 15 d.m. n. 44/2011, «l'atto del processo, redatto in formato elettronico da un soggetto abilitato interno e sottoscritto con firma digitale, è depositato telematicamente nel fascicolo informatico», e, nel caso di atto formato da organo collegiale, «l'originale del provvedimento è sottoscritto con firma digitale anche dal presidente». Inoltre ai sensi dell’art. 16 d.m. 16 aprile 2014, «i soggetti abilitati interni utilizzano appositi strumenti per la redazione degli atti del processo in forma di documento informatico e per la loro trasmissione alla cancelleria o alla segreteria dell'ufficio giudiziario», con sistemi di autenticazione definiti dall’art. 10 delle specifiche tecniche; l’atto è inserito nella busta telematica e viene trasmesso su canale sicuro al gestore dei servizi telematici. L’accettazione dell’atto da parte della cancelleria è richiesta per l’inserimento nei registri informatizzati e la conseguente visibilità alle parti. Sul punto, si richiama Cass., sez. III, 10 novembre 2015, n. 22871, che ha ritenuto valida la sottoscrizione della sentenza, a norma dell’art. 132, comma 2, n. 5, c.p.c., con firma digitale, quale modalità idonea ad attestarne la provenienza dal giudice che l’ha deliberata e a garantire l’integrità e l’immodificabilità del documento.

Scenari evolutivi

Con l’emanazione del decreto ministeriale di attivazione delle comunicazioni e notificazioni telematiche può dirsi compiuto un primo, fondamentale, passo verso l’attuazione del PCT innanzi alla Corte di cassazione, mentre è in corso la sperimentazione per procedere all’ulteriore tratto qualificante rappresentato dall’autorizzazione al deposito telematico degli atti di parte a norma dell’art. 16-bis d.l. n. 179/2012.

Sotto un profilo normativo, sembra doversi evidenziare come, mentre per l’attivazione delle comunicazioni e notificazioni a norma dell’art. 16 d.l. n. 179/2012 è stata sufficiente l’adozione del decreto ministeriale previsto dal comma 10, per il regime del deposito telematico degli atti di parte è difficile ritenere che la mera emanazione di un provvedimento ricognitivo della funzionalità dei servizi (come previsto dall’art. 16-bis, comma 6, d.l. n. 179/2012) possa rendere di per sé estensibili le disposizioni di cui ai commi 1-4 dell’art. 16-bis d.l. n. 179/2012 al giudizio di legittimità. Infatti, non troverebbero pratica applicazione le norme sul rito monitorio (comma 4), così come quelle in tema di esecuzione (comma 2) e di procedure concorsuali (comma 3), mentre rischierebbe di avere scarso significato una normativa che si limitasse a rendere obbligatorio il deposito degli atti c.d. endoprocedimentali (essenzialmente le memorie ex artt. 378 e 380-bis c.p.c.) rispetto ad un rito, qual è quello di legittimità, incentrato sugli atti introduttivi.

I maggiori benefici, in termini di efficienza e condivisione del patrimonio informativo, tanto più apprezzabili ove si ponga mente alle peculiarità organizzative e logistiche della Corte, potranno cogliersi estendendo l’area del telematico agli atti introduttivi. In quest’ottica, anche la mera estensione della generalizzata facoltatività del deposito telematico (di cui al comma 1-bis del d.l. n. 179/2012) potrebbe non essere del tutto vantaggiosa per l’Ufficio, la cui organizzazione - soprattutto per quel che concerne la gestione dei servizi di cancelleria - si vedrebbe esposta ad assicurare la doppia modalità senza poter disporre di affidabili previsioni statistiche in base alle quali dimensionare la ricezione ordinaria rispetto a quella telematica degli atti. D’altro canto, si proseguirebbe nella logica del c.d. regime “ibrido” (cartaceo e telematico) all’interno del medesimo procedimento (peraltro affidato alla libera opzione delle parti e di non agevole gestione, perché richiede di volta in volta il censimento di quali atti sono stati depositati in modalità tradizionale e quali sono stati depositati in formato digitale), che già sta creando non poche difficoltà agli Uffici di merito e che, fra non molto, attingerà comunque anche la Corte di cassazione al momento della trasmissione dei fascicoli da parte delle Corti territoriali. Potrebbe, dunque, riflettersi sull’opportunità di introdurre l’obbligatorietà del deposito telematico dei ricorsi a partire da una certa data, investendo sull’organizzazione della Sesta sezione, che, nell’applicazione del procedimento ex art. 380-bis c.p.c., potrebbe avvantaggiarsi dell’immediatezza e della disponibilità degli atti in formato digitale assicurate dal PCT. Questo scenario, peraltro, potrebbe offrire un terreno di elezione per dare pratica attuazione al protocollo di intesa siglato dal Primo Presidente e dal Presidente del Consiglio Nazionale Forense il 17 dicembre 2015 in merito alle regole redazionali dei motivi di ricorso in materia civile e tributaria, con la finalità di favorire la chiarezza e la sinteticità degli atti processuali, ormai sancita espressamente a livello normativo proprio per gli atti depositati con modalità telematiche dall’art. 16-bis, comma 9-octies, d.l. n. 179/2012; infatti, la strutturazione dei motivi di ricorso, oltre che agevolare la lettura e la comprensione dell’atto, potrebbe creare le premesse per l’inserimento automatico di alcuni dati essenziali nel Sistema Informativo della Cassazione (SIC), elementi utili non solo per l’assegnazione del ricorso alla corretta Sezione (rectius: sotto-Sezione, competente all’interno della Sesta sezione), già favorita dall’adozione del nuovo schema di classificazione utilizzato nella nota di iscrizione a ruolo dalla seconda metà del 2013, bensì anche per fornire un primo orientamento sulle questioni da trattare, ai fini della formazione dei ruoli di udienza, così da alleggerire il lavoro c.d. di “spoglio delle sopravvenienze” (vale a dire l’esame preliminare della causa).

Altro profilo aspetto da considerare è quello che attiene alla “specifica indicazione degli atti processuali, dei documenti e dei contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda” (art. 366, comma 1, n. 6, c.p.c., cui è correlato l’art. 369, comma 1, n. 4 c.p.c.), onere che è funzionale al c.d. “principio di autosufficienza” del ricorso e rispetto al quale la nuova realtà telematica può offrire diversi orizzonti e prospettive.

Ma per tutto questo sembra davvero indispensabile un intervento normativo opportunamente orientato a “ripensare” le disposizioni per il rito di legittimità.

Schema: comunicazioni e notifiche telematiche nei giudizi di Cassazione

 

 

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