Giurisprudenza commentata

Effetti processuali della comunicazione di cancelleria irrituale

Sommario

Massima | Il caso | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni |

Massima

Nella vigenza della versione dell’art. 125 c.p.c. precedente alla riforma apportata dal d.l. n. 90 del 2014 e dalla legge n. 183 del 2011, la comunicazione di cancelleria inviata ad un indirizzo di posta elettronica certificata differente da quello indicato in atti dalla parte, è irrituale e non produttiva di effetti, pur se l’invio della stessa sia andato a buon fine e sia stato effettuato presso uno dei codifensori costituiti.

Il caso

Il caso scrutinato dalla Corte di Cassazione trae origine da un contenzioso giuslavoristico relativo ad una richiesta di corresponsione di indennità chilometrica avanzata da un lavoratore nei confronti della datrice di lavoro, che veniva rigettata in primo grado.

Avverso tale pronuncia veniva quindi interposto appello, che veniva dichiarato però improcedibile per non avere l’appellante notificato il ricorso ex art. 434 c.p.c. e il conseguente decreto ex art. 435 c.p.c..

La questione

La questione giuridica meritevole di esame nella fattispecie è strettamente connessa ai motivi per i quali la Corte d’Appello aveva dichiarato l’improcedibilità del gravame.

La problematica esaminata dalla Corte di Cassazione è infatti relativa agli effetti di una comunicazione di cancelleria inviata ad un indirizzo di posta elettronica certificata differente da quello indicato in atti dai difensori della parte. Nel caso di specie, all’atto del deposito del ricorso in appello, era stato indicato l’indirizzo PEC di uno solo dei codifensori, mentre la comunicazione di cancelleria, relativa alla fissazione dell’udienza di discussione, era stata invece inviata all’indirizzo PEC dell’altro codifensore.

A seguito di tale errore nella comunicazione non si era provveduto alla notificazione prevista dall’art. 435 c.p.c..

La Corte d’Appello, che aveva evidentemente ritenuto che gli adempimenti di cancelleria si fossero svolti in maniera corretta, dichiarava improcedibile l’impugnazione, cosicché il lavoratore adiva la Corte di Cassazione al fine di veder tutelati suoi diritti.

La Suprema Corte doveva pertanto esaminare la questione relativa alle conseguenze dell’invio di una comunicazione di cancelleria ad un indirizzo PEC, pur presente sui pubblici registri (nella specie, il ReGIndE) ma differente da quello indicato in atti.

 

Le soluzioni giuridiche

La soluzione giuridica offerta dalla Corte di Cassazione dev’essere esaminata alla luce della normativa vigente al momento del verificarsi dei fatti oggetto di giudizio.

Da quanto possiamo desumere, l’appello è stato definito con sentenza del 7 maggio 2014, cosicché all’epoca la versione vigente dell’art. 125 c.p.c. disponeva quanto segue: “Salvo che la legge disponga altrimenti, la citazione, il ricorso, la comparsa, il controricorso, il precetto debbono indicare l'ufficio giudiziario, le parti, l'oggetto, le ragioni della domanda e le conclusioni o l'istanza, e, tanto nell'originale quanto nelle copie da notificare, debbono essere sottoscritti dalla parte, se essa sta in giudizio personalmente, oppure dal difensore che indica il proprio codice fiscale. Il difensore deve, altresì, indicare l'indirizzo di posta elettronica certificata comunicato al proprio ordine e il proprio numero di fax”.

Non vi era dunque alcun riferimento al domicilio digitale, né ai pubblici registri previsti dal decreto legge n. 179 del 2012; si prevedeva solo la necessità di indicare l’indirizzo di posta elettronica certificata comunicato all’Ordine professionale (indirizzo, peraltro, che poi gli ordini comunicano ai pubblici registri, ReGIndE e INI-PEC in particolare).

 

Nel caso di specie, però, la parte era difesa da due avvocati ed era stato indicato in atti l’indirizzo di uno solo di essi ed è proprio su tale punto che ha poi fatto leva la Suprema Corte per censurare la decisione della Corte d’Appello.

Si è infatti giudicato che l’assetto normativo vigente imponesse di dare rilevanza alla scelta effettuata dalla parte e non all’aspetto sostanziale (e cioè al fatto che verosimilmente la comunicazione di cancelleria sub judice era stata correttamente recapitata); proprio in virtù del disposto dell’art. 125 c.p.c. si è quindi potuto censurare l’operato del cancelliere che non aveva seguito un’indicazione che i difensori della parte avevano fornito in adempimento di un preciso obbligo di legge.

Osservazioni

La decisone della Suprema Corte può certamente definirsi corretta alla luce del quadro legislativo vigente all’epoca dei fatti, stante che:

  • l’art. 125 c.p.c. imponeva di inserire un indirizzo PEC nell’atto introduttivo;
  • i difensori della parte avevano adempiuto a tale obbligo;
  • la cancelleria della Corte d’Appello non aveva seguito le indicazioni dei difensori (lo si ribadisce, imposte dalla legge) e aveva comunicato il decreto ex art. 435 c.p.c ad altro indirizzo di posta elettronica certificata.

 

Un aspetto interessante da approfondire concerne la possibilità di conferire alla pronuncia in oggetto forza interpretativa valida anche alla luce del quadro normativo attuale ove, lo si ricorda, non è più previsto l’obbligo di indicazione dell’indirizzo PEC all’interno degli atti giudiziari ed è invece in vigore l’art. 16-sexies, ai sensi del quale “salvo quanto previsto dall'art. 366 del codice di procedura civile, quando la legge prevede che le notificazioni degli atti in materia civile al difensore siano eseguite, ad istanza di parte, presso la cancelleria dell'ufficio giudiziario, alla notificazione con le predette modalità può procedersi esclusivamente quando non sia possibile, per causa imputabile al destinatario, la notificazione presso l'indirizzo di posta elettronica certificata, risultante dagli elenchi di cui all'articolo 6 bis del codice dell’amministrazione digitale, nonché dal registro generale degli indirizzi elettronici, gestito dal ministero della giustizia

Si tratta dunque di indagare se un’eventuale elezione di domicilio digitale effettuata in atti giudiziari consenta di vanificare il disposto dell’articolo suddetto, vincolando in tal modo (così come nella sentenza in commento) le comunicazioni effettuate dalla cancelleria ad un preciso indirizzo PEC scelto dalla parte.

A ben vedere non pare che tale possibilità sussista; tranne che nel giudizio di Cassazione, nel quale continua ad operare il disposto dell’art. 366 c.p.c., il legislatore ha infatti creato, con l’art. 16-sexies d.l. n. 179/2012, un cerchio chiuso dal quale non pare possibile uscire per scelta della parte.

Con la norma in commento si sono chiaramente affermati due principi basilari:

  • notificazioni e comunicazioni vanno effettuate al difensore (o ai difensori, ove fosse più d’uno), con implicita esclusione della possibilità di inviare comunicazioni all’eventuale domiciliatario (ma v. contra su questo punto Cass. n. 11759/2017);
  • l’indirizzo di riferimento è solo quello risultante dai pubblici di registri, restando esclusa ogni diversa possibilità che, a ben vedere, finirebbe di fatto per vanificare la portata precettiva della norma.

 

Conclusioni

In conclusione, si può certamente concordare con la decisione della Corte di Cassazione con l’avvertenza però che l’orientamento espresso può esplicare forza di precedente solo con riguardo a fattispecie verificatesi prima che il d.l. 90/2014 modificasse l’art. 125 c.p.c. eliminando l’obbligo di indicare in atti l’indirizzo PEC al quale inviare notificazioni e comunicazioni.

Allo stato della legislazione attuale deve dunque escludersi la possibilità, da parte dell’avvocato, di eleggere un domicilio digitale differente da quello previsto dall’art. 16-sexies d.l. n. 179/2012 o di indicare, come nel caso giudicato dalla Suprema Corte, l’indirizzo PEC di uno solo dei codifensori. Anche laddove tale indicazione intervenisse, risulterebbe infatti priva di fondamento normativo e non potrebbe certamente vincolare la cancelleria, il cui unico onere sarebbe quello di notificare all’effettivo difensore (e non all’eventuale domiciliatario).

 

Leggi dopo