Giurisprudenza commentata

L'istanza di rinvio per impedimento trasmessa con fax o con PEC non è irricevibile o inammissibile

Sommario

Massima | Il caso | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni |

Massima

 

«La richiesta di rinvio dell'udienza per legittimo impedimento, inviata a mezzo telefax in cancelleria, non è irricevibile né inammissibile, ma l'utilizzo di tale non regolare modalità di trasmissione comporta l'onere, per la parte che intenda dolersi, in sede di impugnazione, dell'omesso esame della richiesta stessa, di accertarsi - mediante un sostituto processuale, un addetto di studio o un'interlocuzione telefonica (o, nel caso dell'impedimento dell'imputato, a maggior ragione, a cura del difensore stesso) - del regolare arrivo del fax e del suo tempestivo inoltro al giudice procedente. Solo nel caso in cui l'impedimento - improvvisamente ed inevitabilmente insorto - sia tale da precludere all'interessato qualsiasi possibilità di attivazione, il medesimo è esentato dalle predette verifiche, salvo l'onere di provare le circostanze che le hanno rese inattuabili»

Il caso

 

Il Tribunale di Ancona con sentenza emessa in data 18/11/2014 aveva dichiarato le imputate responsabili, in concorso fra loro, del reato di furto aggravato dalla destrezza di catenine d'oro asportate da una gioielleria, e le aveva quindi condannate, ritenuta la recidiva specifica, infra-quinquennale e plurima, alla pena di anni tre e mesi quattro di reclusione ed euro 1.000,00 di multa, con interdizione temporanea dai pubblici uffici.
Avverso la pronuncia di primo grado veniva proposta impugnazione e la Corte di appello di Ancona, con sentenza del 15/5/2017, riduceva la pena inflitta ad anni due di reclusione e € 600,00 di multa, revocando cosi la pena accessoria.
Il difensore di fiducia di una delle due imputate ha proposto ricorso per cassazione deducendo, quale unico motivo, la violazione di legge in relazione all’art. 420-ter c.p.p., per essersi la Corte territoriale conformata ad una linea interpretativa – in tema di richiesta di rinvio per impedimento trasmessa a mezzo fax – da ritenersi ormai superata. 

L’imputata aveva infatti presentato istanza di rinvio al Tribunale per l’udienza del 30/09/2014, trasmettendola a mezzo fax alla Cancelleria alle ore 18:28 del giorno antecedente e corredandola con certificato medico, che attestava la necessità di assistere la figlia minore, affetta da rinofaringite e bronchite acuta: il Tribunale, all’udienza del 30/09/2014, non aveva avuto contezza dell’istanza e pertanto, senza darne in alcun modo atto, aveva proceduto oltre, nominando all’imputata un difensore immediatamente reperibile. Alla successiva udienza del 18/11/2014, respingeva la richiesta avanzata dalla difesa di rimessione in termini per la proposizione dell’istanza di definizione nelle forme del rito abbreviato e decideva il procedimento nelle forme del rito ordinario.

Impugnata la decisione di primo grado, correlativamente al rigetto dell’istanza, innanzi alla Corte di appello, la stessa respingeva il motivo di gravame, conformandosi all’orientamento della Suprema Corte secondo cui sarebbe stato onere della difesa sincerarsi della sorte della propria richiesta trasmessa a mezzo fax, inserita erroneamente in altro fascicolo e quindi non sottoposta al tempestivamente al Giudice procedente.

La questione

 

Due le questioni che la Corte affronta nella sentenza n. 48892/2018 pronunciata dalla V Sez. all’udienza del 20/09/2018 (dep. 25/10/2018).

La prima riguarda la natura dell’impedimento a comparire dell’imputato o del difensore ed in particolare quell’impossibilità assoluta che giustifica il rinvio ad una nuova udienza.

La seconda investe la comunicazione dell’impedimento e le conseguenze che ne derivano, qualora venga utilizzato per la trasmissione all’Autorità giudiziaria un mezzo tecnico idoneo, quale il fax, come nel caso portato al vaglio della Corte, o, più di recente, la posta elettronica certificata (di seguito, PEC).

Le soluzioni giuridiche

 

La decisione in esame, tanto con riferimento alla questione dell’impedimento, quanto in relazione alla comunicazione di atti da parte del privato alla A.G. effettuati con fax, si pone sulla scia di un filone giurisprudenziale ormai pacifico.

In ordine alla prima delle due questioni, viene ribadito che non si versi in ipotesi di assoluta impossibilità a comparire  quando venga documentata, con certificato medico, una mera attestazione di un'infermità, per la quale vengano prescritti alcuni giorni di riposo e cura, essendo invece richiesto, in questi casi, che il certificato medico indichi elementi opportuni per valutare la fondatezza, serietà e gravità del carattere assolutamente ostativo dell'impedimento.
A tal proposito la Corte richiama quelle pronunce che, in linea con tale orientamento, hanno ritenuto il legittimo impedimento dell’imputato o del difensore nei casi d’impossibilità a comparire in giudizio, se non a scapito di un grave e non altrimenti evitabile rischio per la propria salute (Sez. 5, n. 3558 del 19/11/2014 - dep. 2015; Sez. 6, n. 36636 del 03/06/2014; Sez. 6, n. 36373 del 04/04/2014; Sez. 6, n. 4284 del 10/01/2013), ed in tutte quelle situazioni in cui, nel certificato medico prodotto, vi sia una specifica indicazione delle patologie che rendano impossibile o rischioso lo spostamento per raggiungere il luogo di udienza (Sez. 2, n. 24515 del 22/05/2015).

Nel caso all’esame della Corte non si versava in nessuna di queste ipotesi: l’impedimento per motivi di salute non riguardava direttamente l’imputata, ma la di lei figlia; non era dato conoscere né la data di insorgenza della malattia, né la sua gravità, a tacer del fatto che la patologia da cui era affetta la minore (rinofarangite e bronchite acuta) non concretizzava un’assoluta impossibilità a comparire, ben potendo le esigenze di assistenza essere soddisfatte per interposta persona o in via alternativa.
La Corte ha quindi concluso sul punto ritenendo manifestamente infondata la censura mossa al provvedimento impugnato con riferimento all’asserita impossibilità assoluta a comparire ed alle stesse conclusioni è giunta anche con riferimento alle modalità di trasmissione utilizzate.

 

Secondo l’orientamento seguito dalla corte territoriale e condiviso dalla Suprema Corte, deve infatti ritenersi, che la richiesta di rinvio dell'udienza per legittimo impedimento dell’imputato o del suo difensore, inviata a mezzo telefax in cancelleria, non sia né irricevibile né inammissibile.

A fronte di un orientamento che non onera la parte di accertarsi del regolare arrivo del fax e del suo tempestivo inoltro al giudice procedente (Sez. 5, n. 535 del 24/10/2016 - dep. 05/01/2017; Sez. 3, Sentenza n. 37859 del 18/06/2015 Ud. - dep. 18/09/2015), la Corte opta per l’indirizzo secondo cui l'utilizzo di tale non regolare modalità di trasmissione comporta l'onere, per la parte che intenda dolersi, in sede di impugnazione, dell'omesso esame della richiesta stessa, di accertarsi, da un lato, del regolare arrivo del fax e, dall’altro, del suo tempestivo inoltro al giudice procedente (Sez. 1, Sentenza n. 1904 del 16/11/2017 Ud. - dep. 17/01/2018; Sez. 5, Sentenza n. 7706 del 16/10/2014 Ud. - dep. 19/02/2015; Sez. 2, Sentenza n. 9030 del 05/11/2013 Ud. - dep. 25/02/2014).

In altri termini, la parte che scelga di inviare un atto con fax, assume su di sé il rischio dell’intempestività, e grava su di lui un onere di diligenza nell’accertarsi per tempo della sottoposizione tempestiva dell’istanza al giudice.

 

Nella decisione in esame la Corte indica le modalità attraverso le quali potrà essere effettuata dalla parte questo accertamento: o mediante un sostituto processuale, un addetto di studio o attraverso un'interlocuzione telefonica, o, qualora l'impedimento riguardi direttamente l'imputato, direttamente a cura del difensore stesso.

Solo quando, a causa di un impedimento improvvisamente ed inevitabilmente insorto, una qualsiasi fra le indicate possibilità di attivazione sia preclusa, potrà allora ritenersi legittimo quell'impedimento, ma sempre che la parte documenti e dunque provi le circostanze che le abbiano rese inattuabili (Sez. 1, n. 1904 del 16/11/2017 - dep. 2018; Sez. 2, n. 24515 del 22/05/2015; Sez. 2, n. 9030 del 05/11/2013 - dep. 2014).

 

Nel caso di specie doveva escludersi un impedimento improvviso ed inevitabile, e non sussistevano neanche quelle condizioni che avrebbero potuto rendere inattuabile il controllo sulla tempestività dell’invio. La ricorrente, infatti, non solo non aveva dimostrato che la richiesta inviata con fax fosse stata sottoposta al giudice prima dell'udienza ma anzi aveva implicitamente ammesso il contrario, dando contezza di un'annotazione di cancelleria contenuta nel fascicolo di primo grado da cui risultava che il documento era pervenuto dopo l'udienza ed era sto erroneamente inserito in altro fascicolo.

Di qui la manifesta inammissibilità della censura, con conseguente inammissibilità del ricorso (e condanna del ricorrente al pagamento della somma di euro 2000,00 a favore della Cassa delle ammende).

Osservazioni

 

La sentenza in commento merita una riflessione nella parte in cui, recependo i più recenti indirizzi giurisprudenziali in tema di modalità di invio con fax della comunicazione dell’impedimento all’A.G., richiama l’orientamento, ancor più recente, espresso dalla Corte con riferimento alla posta elettronica certificata.

Con un evidente parallelismo, il principio di diritto espresso per il fax è, a ben vedere, lo stesso di quello espresso per la PEC.

Sulla PEC infatti la Cassazione è ferma nel ritenere che le comunicazioni da parte dei privati, rivolte alla AG, non possano farsi con essa, da un lato perchè la posta elettronica certificata è lo strumento normativamente previsto (dall’art. 16, co 4, d.l. 18/10/2012 n. 179 e succ. modificazione) per le notificazioni (non anche per le comunicazioni, a rigore) che la cancelleria effettua a persona diversa dall’imputato, mentre il contrario (ossia dal privato alla cancelleria) non è normativamente disciplinato, almeno non nella legge in questione; da un altro lato, perchè manca una norma che preveda e quindi consenta in via esclusiva il deposito telematico degli atti, e dunque l’invio di comunicazioni dal privato alla A.G. con strumenti telematici, come invece è previsto nel procedimento civile (all’art. 16-bis del d.l. n. 179/2012).

 

In base dunque all’attuale assetto normativo e tenuto conto che la maggior parte degli atti che il privato trasmette alla AG vanno depositati in cancelleria, difetta la normativa di rifermento che consenta il deposito telematico degli atti e dunque, di riflesso, la loro trasmissione alla A.G. da parte del privato a mezzo P.E.C. (o a mezzo fax: in questo senso anche il più risalente orientamento della Corte espresso da Sez. 5, n. 11787 del 19/11/2010 Ud. - dep. 24/03/2011; Sez. 4, Sentenza n. 21602 del 23/01/2013 Ud. - dep. 20/05/2013.

 

Se il quadro normativo di riferimento è questo, la Corte mostra tuttavia segni di apertura che guardano all’orientamento recente espresso in relazione al fax e che partono da una constatazione di fondo: la PEC e il fax sono “mezzi tecnici idonei” di trasmissione e tanto l’uno quanto l’altro rispondono ad esigenze di semplificazione e celerità, in linea con l'attuale evoluzione del sistema.

Di qui le più recenti sentenze che richiamano i principi espressi nelle decisioni che “hanno sdoganato” il fax (e viceversa).

Afferma dunque la Corte, con riferimento alla PEC, che, ove non vi sia una indicazione esclusiva sulle modalità di trasmissione (alias, le impugnazioni), o una normativa di settore specifica (alias il DASPO o il rinvio per adesione all’astensione), può oggi essere ammesso il ricorso anche a questo strumento.

 

In questo ambito, si è allora detto, anche in relazione alla PEC, che la trasmissione di una richiesta di rinvio per impedimento effettuata con la posta elettronica certificata costituisce una forma di invio irrituale, ma non tale da rendere l’atto irricevibile o inammissibile. L’adozione di tale irrituale modalità di trasmissione importa tuttavia l’assunzione del rischio in capo a chi le effettua ed il correlativo onere di diligenza del mittente di accertarsi della sottoposizione tempestiva al giudice (Sez. 6, n. 35217 del 19/04/2017 - dep. 18/07/2017).

È un orientamento, questo, che appare immune da censure e che risponde ad una lettura del sistema giuridico attuale coerente e in linea con l’evoluzione del settore, sempre più proteso verso l'utilizzo della telematica nel processo penale (basti pensare alla normativa di settore, al progetto del PPT e simili).

 

Pertanto, laddove non vi siano prescrizioni di forma speciali o vi siano solo generici riferimenti, andrebbe prediletta un’interpretazione in sintonia con questa evoluzione, che risponde per altro ad esigenze di semplificazione e celerità (Sez. 2, n. 23343 del 01/03/2016 - dep. 06/06/2016), con la conseguenza che l’utilizzo di strumenti quali il fax o la PEC andrebbe escluso solo nei casi in cui l'espresso divieto di legge impedisca il ricorso ad altri argomenti interpretativi e non consenta forme "alternative", seppur tecnicamente idonee, di comunicazione le parti processuali e l’A.G..

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