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Il trojan horse non rientra tra i metodi che ledono la libertà morale dell’indagato

Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 31604/20, depositata l’11 novembre. 

 

Il Tribunale del riesame di Lecce confermava la misura della custodia cautelare in carcere disposta a carico di un soggetto accusato di partecipazione ad associazione mafiosa e commercio di sostanze stupefacenti. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione deducendo l’inutilizzabilità dei risultati delle intercettazioni effettuate mediante installazione del captatore informatico trojan horse

 

Il Collegio coglie l’occasione per ripercorrere i principi giurisprudenziali consolidatisi in tema, a partire dell’arresto giurisprudenziale delle Sezioni Unite n. 26889/19, Scurato con cui è stato chiarito che «il fondamento normativo cui fare riferimento, de iure condito, va rinvenuto nella disciplina delle intercettazioni "tra presenti" e, specificamente, negli artt. 266267 e 271 c.p.p. con le deroghe previste, per i reati di criminalità organizzata, dal d.l. n. 152/1991, art. 13, convertito dalla l. n. 252/1991». Tale affermazione discende dalla considerazione circa la «natura itinerante dei dispositivi adoperati come moderne microspie - smartphone, tablet, computer - e il fatto che tali dispositivi accompagnano le persone anche nelle abitazioni e nei luoghi più riservati della vita privata». L’utilizzo del nuovo mezzo tecnologico va invece escluso per i reati comuni in quanto «non essendo possibile prevedere i luoghi di privata dimora nei quali il dispositivo elettronico potrebbe essere introdotto, nel momento dell’autorizzazione, non sarebbe possibile verificare il rispetto della condizione di legittimità di cui all’art. 266 c.p.p., comma 2». 

 

Devono inoltre essere esclusi i dubbi di legittimità costituzionale: la medesima sentenza Scurato ha affermato che «il legislatore ha operato evidentemente uno specifico bilanciamento di interessi, optando per una più pregnante limitazione della segretezza delle comunicazioni e della tutela del domicilio tenendo conto della eccezionale gravità e pericolosità, per la intera collettività, dei (particolari) reati oggetto di attività investigativa per l’acquisizione delle prove: bilanciamento che è sfociato, appunto, nella possibilità di effettuare, previa motivata valutazione del giudice, intercettazioni "tra presenti" in luoghi di privata dimora "a prescindere" dalla dimostrazione che essi siano sedi di attività criminose in atto e, quindi, senza alcuna necessità di preventiva individuazione ed indicazione dei luoghi stessi». 

 

Ugualmente infondati sono i dubbi sollevati in relazione al principio di "non sostituibilità". La sentenza della Corte Costituzionale n. 135/2002 e quella delle Sezioni Unite Prisco (n. 26795/06) hanno infatti chiarito che «il captatore informatico (come la videoregistrazione interessata da quelle pronunce) non è altro che uno strumento messo a disposizione dalla moderna tecnologia, attraverso il quale è possibile effettuare una intercettazione ambientale. Dunque non viene in rilievo una "prova atipica", nè un aggiramento delle regole della "prova tipica", poiché, già prima della entrata in vigore della specifica disciplina contenuta nel d.lgs. n. 216/2017 (che invece ne estende l’applicabilità, a determinate condizioni, anche ai reati comuni), l’impiego del trojan horse, quale mezzo per eseguire la captazione di conversazioni tra presenti, era regolamentato dagli artt. 266, 267 e 271 c.p.p. - interpretati in senso restrittivo dalle Sezioni Unite Scurato, che hanno bandito tale strumento per tutti i reati comuni, al fine di scongiurare in radice il pericolo di una incontrollabile intrusione nella sfera privata delle persone - con la speciale deroga, nella specie operante, di cui al d.l. n. 152/1991, art. 13». 

 

In conclusione, la Suprema Corte ribadisce che «va escluso che il captatore informatico possa in inquadrarsi tra "i metodi o le tecniche" idonee ad influire sulla libertà di determinazione del soggetto, come tali vietati dall’art. 188 c.p.p. Il trojan horse non esercita alcuna pressione sulla libertà fisica e morale della persona, non mira a manipolare o forzare un apporto dichiarativo, ma, nei rigorosi limiti in cui sono consentite le intercettazioni, capta le comunicazioni tra terze persone, nella loro genuinità e spontaneità». 

Il ricorso viene in definitiva rigettato. 

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