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Legittimo impedimento dell'avvocato causa tampone molecolare: l'invio dell'istanza via PEC è inammissibile?

Il caso. La Corte di appello di Milano, in riforma della sentenza di primo grado, condannava l'imputato per il reato di cui all'art. 570 c.p., commesso in danno della figlia minore.

Il difensore dell'imputato ricorre in Cassazione, lamentandosi, con il primo motivo, del fatto che era stata da lui inviata una mail a mezzo posta elettronica certificata alla Corte d'Appello con cui rappresentava un legittimo impedimento a presenziare all'udienza, essendogli stato prescritto un tampone molecolare con «conseguente obbligo di isolamento fiduciario sino all'esito dell'esame». Il difensore aveva altresì precisato che, in ragione del rapporto fiduciario e della «scarsa tempestività» con cui era sorto l'impedimento, era stato impossibilitato a nominare un sostituto processuale.

La Corte d'Appello, tuttavia, aveva celebrato il processo, nominando un sostituto difensore d'ufficio.

 

 

Istanza trasmessa a mezzo PEC. Il motivo di ricorso è infondato. La Corte di Cassazione, infatti, afferma che l'istanza inviata secondo le modalità telematiche in esame non è irricevibile o inammissibile e che il giudice che ne prenda tempestivamente conoscenza è tenuto a valutarla, nonostante l'utilizzo di questo strumento sia comunque irregolare, in quanto l'art. 121 c.p.p. prevede per le parti l'obbligo di presentare le memorie e le richieste indirizzate al giudice mediante deposito in cancelleria: in ragione di tale irregolarità, incombe sulla parte l'onere di verificare che sia effettivamente pervenuta nella cancelleria del giudice competente a valutarla e sia stata portata all'attenzione di quest'ultimo per tempo.

Nel caso di specie, il ricorrente non ha spiegato quali verifiche furono da lui compiute per accertare che la richiesta, trasmessa irritualmente, fosse stata portata alla visione del giudice.

 

 

Irreperibilità del teste. Con il secondo motivo, il ricorrente deduce la violazione dell'art. 512-bis c.p.p., in quanto la Corte d'Appello, in assenza della difesa, avrebbe disposto l'acquisizione della denuncia-querela presentata dalla persona offesa, residente all'estero ed irreperibile sin dal giudizio di primo grado: nello specifico, la donna si sarebbe resa volontariamente irreperibile dopo aver rimesso la querela e, dunque, le dichiarazioni non avrebbero potuto essere acquisite.

Il ricorso è fondato. La Corte di Cassazione, infatti, afferma che ai fini dell'acquisizione mediante lettura dibattimentale, ex art. 512-bis c.p.p., delle dichiarazioni rese nel corso delle indagini da persona residente all'estero, è necessario preliminarmente accertare l'effettiva e valida citazione del teste non comparso - secondo le modalità previste dall'art. 727 c.p.p. per le rogatorie internazionali o dalle convenzioni di cooperazione giudiziaria - verificandone l'eventuale irreperibilità mediante tutti gli accertamenti opportuni.

Occorre, inoltre, che l'impossibilità di assumere in dibattimento il teste sia assoluta ed oggettiva, «non potendo essa consistere nella mera impossibilità giuridica di disporre l'accompagnamento coattivo: occorre cioè che risulti assolutamente impossibile la escussione del dichiarante attraverso una rogatoria internazionale concelebrata o mista, secondo il modello previsto dall'art. 4 della Convenzione Europea di assistenza giudiziaria in materia penale, firmata a Strasburgo il 20 aprile 1959» (Cass. pen., sez. unite, n. 27918/2010).

Nel caso in esame, la Corte d'Appello non ha fatto corretta applicazione di tali principi, non avendo compiuto alcun accertamento volto a verificare, anche tramite rogatoria internazionale, la residenza della teste, né l'oggettiva impossibilità di esaminarla in giudizio.

Per questi motivi, la Corte di Cassazione annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’Appello di Milano.

 

(Fonte: Diritto e Giustizia)

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