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È possibile presentare memorie difensive via PEC nel processo penale?

Il difensore di due tifosi ha presentato ricorso per cassazione avverso l’ordinanza con cui il GIP aveva convalidato un DASPO, sostenendo, in particolare, la ritualità del deposito delle memorie tramite PEC ed evidenziando che tale soluzione era stata scelta d’intesa con la cancelleria del GIP.

 

La questione dell’utilizzo della PEC nel processo penale, osserva la Suprema Corte, è «tuttora dibattuta». Nel caso di specie è necessario tenere conto anche della peculiarità del procedimento afferente al DASPO per cui l’art. 6, comma 2-bis, l. n. 401/1989 prevede la facoltà di presentare memorie al Giudice competente per la convalida ma non dispone espressamente che tale facoltà debba essere esercitata mediante il deposito in cancelleria. Il procedimento in esame, infatti, assume carattere autonomo rispetto a quello penale e si caratterizza per la necessità di prevedere regole che assicurino le esigenze della difesa nella ristrettezza dei tempi stabiliti inderogabilmente per la convalida.

La Cassazione ricorda che, ex art. 48, d.lgs. n. 82/2005, la PEC è equiparabile alla trasmissione a mezzo di lettera raccomandata e, di conseguenza, può ritenersi produttiva di effetti solo se pervenuta alla cancelleria del Giudice competente per la convalida e non alla cancelleria centrale del Tribunale. Dalla documentazione allegata al ricorso si rileva che il messaggio PEC è stato inviato all’indirizzo dell’Ufficio del GIP del Tribunale e a quello della Procura della Repubblica.

Tuttavia, anche volendo riconoscere l’ammissibilità del deposito così eseguito, la Suprema Corte conclude per il rigetto del ricorso poiché il ricorrente ha allegato solo la prima pagina della memoria e si è limitato a indicare i temi non scrutinati dal Giudice in modo molto generico.

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